
Giorni fa mi sembrava quasi d'impazzire. Non ho dormito la notte. Maledetto nervosismo. Ho dimenticato che giorno sia. Sono quasi tutti uguali, ormai. Aumenterà la tensione. E non nego d'aver un po' di paura. Paura di non farcela, di non riuscire a controllare il tempo, il mio corpo, la mia mente.
Paura di rovinare tutto proprio alla fine, dopo aver lavorato tanto.
Una giornata intera trascorsa su un piano di lavoro. Un puzzle a cui manca ancora qualche pezzo. Ho preso a dire che mi serve qualche giorno in più, solo qualche giorno. Poi magari ci rido su.
E per fortuna per un po' finisco col non pensarci.
Non penso a tante cose, in questo momento. Non penso più all’altra sera ieri sera né al significato di una data.Voglio farmi anonimo e far dimenticare il mio volto Semplicemente ora non ho più il tempo per pensare. Ho solo quello per scrivere. Scrivere roba di cui non me ne importa niente.
Roba che non crea ma descrive minuziosamente fatti e azioni, timer e apparecchi di remote control.
Ieri pioveva. Ma era necessario che ci bagnassimo adesso. L'unico programma eccezionale erano tre buchi nella programmazione quotidiana.
Un giorno. Poi l'altro e l'altro ancora. Ancora per tre mesi.
Tonino è più nervoso che mai. Vuole cambiare l’agenzia di vigilanza con la quale lavora, perché lo spostano da un punto all’altro: il suo sogno è quello di fare il vigilantes al Centro Direzionale:” lo sai che quelli campano bene. Zero rischi e pure zero lavoro. Posto assicurato a tempo indeterminato. Ma che cazzo’ o tengo a fa’ uno cumm a te!?! Nun cunusce a nisciuno e te scassi pure cu chille che contano quaccòsa. ‘A verità è che tu nu si nisciuno! E io me n’aggio ‘a truvà n’ato che vale cchiù e te.
La serata non prometteva nulla di buono:quando Tonino cominciava con quella solfa significava che la giornata era stata pessima, ma non dal punto di vista lavorativo. Sicuramente la moglie lo aveva pressato con richieste di soldi, insieme alla suocera, una megera laida che non perdeva occasione di fargli notare che non era stato capace nemmeno di trovarsi nu ricchiòne cu’e sorde.Di solito lo lasciavo sfogare, ma quella sera, dopo l’incontro con F.M.P. al Tripp, non riuscivo a reggere più tensioni e soprattutto non riuscivo più a reggere quella parlata biascicata. Gli ripetevo in continuazione che quando parlava con me lo doveva fare in italiano, perché non capivo bene il dialetto e soprattutto non mi piaceva il suono di quella lingua che per me era dura e volgare e niente affatto musicale come invece dicevano gli estimatori locali con non poca retorica. Forse dipendeva dal fatto che fossi straniero.Non lo so ma mi irritavo non poco quando qualcuno si rivolgeva a me in dialetto. Il mio amico Gary, californiano di Berkeley da trent’anni nei Quartieri Spagnoli invece era diventato più napoletano di un napoletano. Forse dipendeva dal fatto che giusto appunto era un californiano tutto take it easy e smile a buon mercato, lui si era addirittura sposato con una napoletana e rimproverava me perché a suo dire non avevo smesso mai l’atteggiamento colonialista yankee nei confronti di questa gente. Forse aveva ragione lui, ma io ero venuto in questa città pensando di trovare una umanità e invece…
Non gli rivolsi la parola. Percorremmo in macchina in silenzio tutta via Caracciolo, parcheggiai male e nervosamente a tavola fu lui a spezzare il silenzio. Uno, uno che lui conosceva, un metronotte come lui, 30 anni, si era macchiato di un duplice omicidio avvenuto durante la notte in via Veterinaria alle spalle dell’ ospizio dei poveri in pieno centro, all’ingresso di un locale. Il fermo è scattato al termine di un lungo interrogatorio. Le vittime uno di 27 anni, e l’altro di 23. Il piu´ giovane e´ deceduto al Cardarelli, un quarto d´ora dopo essere stato ferito. I due avevano precedenti per rapina ed erano stati scarcerati da poco grazie all´indulto.
Il metronotte, secondo quanto aveva dichiarato durante l´interrogatorio, qualche giorno fa aveva litigato con alcune persone per un piccolo incidente automobilistico. L´uomo aveva urtato una vettura mentre usciva dal parcheggio. Ne era nata una banale discussione che sembrava dovesse finire lì. Ma le cose erano andate diversamente. Un gruppetto, pare composto di tre persone, ha deciso di dare una lezione al metronotte che, dopo aver incassato uno schiaffo e qualche spinta, ha estratto la sua pistola, esplodendo cinque colpi contro il più giovane, che è morto poco dopo in ospedale, e un sesto che ha colpito al cuore il ventisettenne che è morto sul colpo.
Tutto è avvenuto non distante dalla caserma dei carabinieri, e proprio ad una pattuglia di passaggio il metronotte, si è consegnato confessando il duplice omicidio.
La guardia giurata sosteneva la legittima difesa, asserendo che i due si erano presentati accompagnati da una terza persona e armati di bastone, e di avere estratto la pistola per difendersi dall´aggressione dei tre. I carabinieri erano ora alla ricerca della terza persona fuggita durante la sparatoria. Tonino era sconvolto per questo, e nel raccontare l’accaduto sembrava si volesse scusare per l’atteggiamento tenuto nei miei confronti un’ora prima era quello il suo modo di chiedermi scusa. Ecco quello che succedeva :uno poteva perdere la testa per un nonnulla, la tensione saliva come un bollore sordo in una pentola a pressione e allora tu non rispondevi più delle tue azioni e poteva succedere di tutto e per questo lui voleva trovare “il posto” come vigilantes di giorno al centro direzionale. Diceva che lì era tranquillo, che non succedeva niente e soprattutto che non avrebbe fatto turni esterni di notte. Mangiammo di mala voglia entrambe. Lo riaccompagnai alle due di notte a Pianura e lo lascia davanti casa sua.
Avevo conosciuto Tonino un anno fa, io cane randagio notturno uscivo da un locale dalle parti di fuorigrotta, un posto all’aperto di fronte alla sede della RAI dove si ballava solo d’estate, con un grande giardino che finiva direttamente negli spazi della Mostra d’oltremare. Al centro un grande gazeebo sotto il quale c’era la pista dove si ballava e la consolle del dj, poi piccole fontane, vialetti con ghiaia illuminati da patere con candele alla citronella (per fare profumo e per allontanare le zanzare),e che se non stavi bene attento dove guardavi, oppure se ti guardavi intorno con lo sguardo perso alla ricerca di altri occhi come spesso succedeva, ci finivi con i piedi dentro rovinando scarpe e pantaloni. Dai vialetti si finiva poi direttamente nel boschetto di lecci e di lauri della mostra e lì, al buio, avveniva praticamente di tutto.Erano le tre e mezza del mattino e non avevo fatto neanche cinquanta metri che mi accorgo di avere forato una gomma, accosto, mi fermo nel bel mezzo di piazzale Tecchio. Ero disperato, per me cambiare una ruota è come intraprendere un’impresa ciclopica eppoi a quell’ora a dirla tutta avevo un poco paura. Estrassi la ruota di scorta e cominciai ad armeggiare col crick. Fui anche tentato di lasciare la macchina lì ed andare via con un taxi, avevo la camicia appiccicata sulle spalle, sarei tornato il giorno dopo a prenderla. L’operazione era più faticosa del solito e mi sentivo spossato anche per tutto l’alcool ingurgitato. L’aria era densa di una bitumosa umidità e nonostante fosse notte erano circa 27 gradi e mentre facevo questi pensieri:
“ Salve, serve aiuto?”- mi girai e da un’auto della vigilanza notturna, col braccio sposto dal finestrino dell’abitacolo, un viso giovane dal sorriso rassicurante incorniciato da riccioli neri, al suo fianco un suo compagno più anziano e più corpulento che fumava. Feci cenno di si col capo, mostrando una evidente stanchezza. Lui fece un cenno all’amico e disse qualcosa tipo “ dammece n’a mano, facimmo ambresso” l’altro nicchiò, come a dire, vai tu io aspetto quì e continuò a fumare.
“ Sa, stavamo rincasando, abbiamo finito il giro” si abbassò e con pochi colpi decisi svitò i bulloni e sistemò la ruota.” Guardi che anche con questa non arriva molto lontano è molto consumata, le conviene passare dal gommista domani e comprarne di nuove se vuole viaggiare sicuro”. Ero alle sue spalle lo guardavo: spalle possenti, fianchi stretti, mani forti di chi aveva lavorato da ragazzino, lui, senza girarsi avvertendo certamente di essere scrutato:” non è prudente girare da solo a quest’ora… disse. Poi- dopo una breve pausa – “bella serata al… Giardino?”. Risposi con un mugugno. Mi dava fastidio che avesse capito che stavo uscendo da lì. Dall’altra auto il suo amico con fare spazientito gli disse: “ Tonì, ma perché nun te fai accumpagnà da ‘o signore, tu staje de case ‘ a quatto passi da qua, io poi aggia turnà a Santa Lucia, nun vulesse fa cchiù, tardi fammene jì”. Si girò verso di me guardandomi dritto negli occhi:” Ha sentito?... Cosa fa? Mi accompagna? Via Pisani, un quarto d’ora da qui inizio Pianura… è facile”. Annuii, anche questa volta senza emettere suono. Dovevo ringraziarlo in qualche modo. Si girò verso l’amico, che aveva già messo in moto “ Vabbuono Salvatò, vattenne ce sentimmo ddimane ‘o juorno”. Da quella sera diventammo inseparabili e l’avrei accompagnato molte altre volte ancora a via Pisani a Pianura.
franco cuomo da, Quando gli angeli scappano via. Romanzo in costruzione
